Sicurezza stradale: il linguaggio che deresponsabilizza chi guida
In Italia, il 94% degli scontri stradali è causato da comportamenti evitabili del conducente, ma l'uso di un linguaggio che attribuisce gli eventi al caso perpetua una cultura della deresponsabilizzazione. Esperti e sociolinguisti spiegano come le parole scelte dai media influenzino la percezione collettiva del pericolo.
In Italia, almeno il novantaquattro per cento degli scontri stradali è attribuibile a comportamenti evitabili messi in atto dai conducenti. Nonostante questa evidenza statistica, la narrazione pubblica continua a utilizzare un lessico che tende a deresponsabilizzare chi è al volante, trasformando eventi causati da scelte individuali in fenomeni di fatalità. Questa discrepanza tra dati e linguaggio ha conseguenze dirette sulla percezione del rischio e sulla cultura della sicurezza stradale.
Ogni ventiquattro secondi nel mondo una persona perde la vita sulle strade. In Italia, il bilancio annuale della violenza stradale include oltre tremila morti, trecentomila feriti, di cui almeno diciassettemila in condizioni gravi, con un costo economico stimato in quasi trentaquattro miliardi di euro. Questi numeri descrivono un'emergenza nazionale che richiede non solo interventi normativi, ma anche una trasformazione nel modo in cui il fenomeno viene raccontato.
L'etimologia della parola "incidente" richiama la casualità e il destino, dal latino incidens, che può essere tradotto come "per caso" o "per inciso". Utilizzare questo termine implica che l'evento sia accaduto indipendentemente dalla volontà umana, assolvendo di fatto il conducente da ogni colpa. Al contrario, termini come "scontro" o "violenza" riconoscono l'agente e la causalità. La scelta lessicale non è neutra: contribuisce a creare o a perpetuare una cultura che induce a sottovalutare il pericolo e ad accettare le vite perdute come inevitabili.
Anna Maria Giannini, direttrice del Dipartimento di Psicologia della Sapienza di Roma, spiega che la guida attiva meccanismi psicologici specifici. "Quando guidiamo diventiamo persone diverse", afferma l'esperta. L'auto viene percepita come un'involucro protettivo, un'estensione dell'io, e qualsiasi azione esterna ritenuta provocatoria stimola reazioni difensive o aggressive. Inoltre, la distrazione è diventata endemica: nel traffico, molti conducenti osservano gli altri, effettuano videochiamate o registrano clip, riducendo l'attenzione sulla strada.
Dopo l'evento, si attivano meccanismi di disimpegno morale. I conducenti tendono a ipergiustificare le proprie infrazioni, un processo che viene spesso rinforzato dai passeggeri, i quali cercano di dare ragione al guidatore per creare coesione. Anche il linguaggio esterno autorizza questo disimpegno. Dire "incidente" significa appellarsi al caso: è successo, ma è fisiologico che accada occasionalmente. Il corollario implicito è l'impotenza: non possiamo farci niente.
Vera Gheno, sociolinguista e collaboratrice dell'Accademia della Crusca per vent'anni, sottolinea che la morte violenta è un tabù sociale, al pari del sesso. "Dire che una persona è morta sulla strada, senza usare la parola 'uccisa', assolve non solo la persona, ma anche la società dall'interrogarsi sulla responsabilità collettiva", spiega Gheno. Usare termini come "scomparsa" o "perso la vita" evita di aprire riflessioni scomode sulle conseguenze delle azioni umane.
La deresponsabilizzazione del conducente si accompagna spesso all'umanizzazione del mezzo o alla colpevolizzazione della vittima. Espressioni come "auto impazzita", "tir pirata" o "strada killer" sono comuni nei media, sebbene siano oggettivamente errate: le auto non hanno volontà, non investono e non scappano. C'è sempre un uomo con una sua intenzione, la sua disattenzione o la sua eccessiva velocità.
La mitizzazione della velocità appartiene alla sfera emozionale: è vista come segno di vitalità, coraggio e sfida, mentre la lentezza viene interpretata come incapacità o mancanza di performance. Tuttavia, esiste un valore anche nella lentezza, necessario per la salute mentale in un'epoca di sovraccarico informativo. Nonostante questo, si cercano giustificazioni per chi guida e si colpevolizzano le vittime, un fenomeno trasversale noto come "blaming".
Le donne uccise vengono interrogate sul perché fossero fuori a quell'ora o su come fossero vestite; i bambini vengono descritti come sfuggiti alla madre; i ciclisti che sbattono contro portiere aperte sono ritratti come responsabili del proprio destino, senza menzionare chi ha aperto la porta senza guardare. La solidarietà pubblica è quasi sempre riservata al responsabile, mai alla vittima.
Il linguaggio influenza anche la "finestra di Overton", il concetto sociologico che definisce i confini di ciò che è concepibile e accettabile nel discorso pubblico. Chi ha potere di influenzare il linguaggio sposta questi confini. I populisti e le destre spostano intenzionalmente i limiti dell'accettabile, normalizzando discorsi prima considerati estremi. Questo processo può inquinare il dibattito pubblico, reintroducendo temi superati e riducendo la capacità di reazione collettiva.
Le parole agiscono come piccole dosi di veleno: inizialmente non danno disturbi, ma lentamente intossicano la percezione della realtà. Sebbene in altri contesti globali si osservino tentativi di normalizzare linguaggi aggressivi o violenti, in Italia rimane la possibilità di cambiare rotta attraverso una scelta consapevole del lessico. Adottare termini precisi come "omicidio stradale" o "vittima uccisa" quando appropriato, e riconoscere la responsabilità umana, è un passo necessario verso una cultura della sicurezza più giusta.
La soluzione non risiede solo nelle norme o nei controlli, ma nelle scelte quotidiane di mobilità e nel modo in cui si racconta la violenza. Riconoscere che non esiste il destino, ma solo le conseguenze delle nostre azioni, può salvare vite. La responsabilità collettiva richiede di smettere di guardare altrove e di iniziare a interrogarsi sul ruolo del linguaggio nella perpetuazione della tragedia stradale.
E.Spicuzza--INP